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domenica 26 febbraio 2012

In nomine Domini. (Parte prima). 3


Quando Pacomio ricevette l'ordine di predisporre la carrozza della Senatrice con numerosa scorta al seguito e di allestire, nel più breve tempo possibile, le stanze nobili del palazzo, capì che qualcosa di grosso stava accadendo. Si precipitò ad obbedire ed intanto arzigogolava con la mente i possibili risvolti della faccenda, senza venirne a capo.

Solo a sera, quando la Senatrice attraverso un passaggio segreto giunse nei piani alti del palazzo assieme al figlio papa, scoprì l'enigma. Si prostrò a baciare la sacra pantofola del giovane, che aveva in parte allevato, e lo condusse nelle stanze col suo piccolo seguito. L'ordine che ricevette da Marozia fu categorico: nessuno, a parte la servitù preposta e ridotta al minimo, doveva conoscere la presenza di Sua Santità. Nemmeno, e soprattutto, il fratello Alberico.

Ma Alberico, sveglio e astuto com'era, aveva subodorato qualcosa perché non gli erano passati inosservati i preparativi di Pacomio. Aveva chiesto informazioni all'eunuco, di solito molto amabile e disponibile con lui, e di fronte alle sue imbarazzate reticenze si era proposto di scoprire da solo quanto stava accadendo. Magari al suo rientro a notte fonda. Aveva infatti in animo quella sera di recarsi in abito da mercante (ma con la scorta di tre abilissimi balestrieri mimetizzati da pellegrini) nel postribolo più prestigioso della città, quello tenuto dalla Monachessa Sigonia.

Era costei molto conosciuta da tutta Roma per il suo passato avventuroso. Veniva chiamata la Monachessa perché, ancor molto giovane e spinta da sincera vocazione, era entrata in un monastero di Orte. Lì, per sua disavventura, era venuta in contatto col vescovo Lutezio, uomo dissoluto e crapulone, com'erano allora molti ecclesiastici che avevano comperato la nomina per denaro da papi compiacenti. 

Costui si era pazzamente invaghito della giovane e, di fronte alle sue resistenze, l'aveva fatta rapire e rinchiudere in una casa di sua proprietà. Rimasta incinta, l'aveva fatta sposare proforma ad un ungaro al suo servizio. Alla nascita del figlio, il vescovo lo aveva fatto sottrarre alla madre, volendolo allevare per sé, e l'aveva nascosto in un posto segreto. 

Ma l'ungaro, ribellatosi ai soprusi del suo padrone, l'aveva ucciso, e recuperato il bambino era sparito nel nulla. Rimasta sola e indifesa Sigonia, per sopravvivere, si era rifugiata in un bordello e in breve era diventata la prostituta più ricercata di Roma, frequentata anche dall'alto clero. Si mormorava che più di un papa fosse entrato nella sua alcova.

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Leo Zen vive in una cittadina del Veneto di forte tradizione cattolica e usa uno pseudonimo volendo evitare possibili disagi dal momento che scrive opere rigorose e documentate ma fortemente dissacratorie e in controtendenza. Finora ha pubblicato tre saggi: L'INVENZIONE DEL CRISTIANESIMO (Editrice Clinamen – Firenze – 2003 – 3^ed.), IL FALSO JAHVE' (Edizioni Clinamen – Firenze – 2007), LA “MALA” RELIGIONE (Editrice Uni- Service – Trento - 2009) e il romanzo storico IN NOMINE DOMINI (Prospettiva editrice – Civitavecchia - 2008)